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LA CALABRIA CHE VORREI

Sentiamo parlare spesso di rinuncia, di fallimento, di rassegnazione; eppure, non accade mai quando si tratta di noi Calabresi, forti e determinati anche se rinchiusi tra i confini di un territorio dimenticato. Definiscono la nostra amata regione con il triste e tragicomico titolo: Calafrica, ma per un popolo patriottico come quello calabrese non c'è niente di meglio per ripartire e sfondare le mura del pregiudizio. La nostra splendida terra non ha nulla da invidiare alle altre e come dicono i nostri nonni, testimoni del cambiamento anche dei più piccoli granelli di questo paese, ogni cosa ha la sua bellezza per come Dio l'ha fatta. Il problema più grave da affrontare e da accettare, però, è che siamo stati dimenticati dalla nostra nazione e come se fossimo una carta burocratica difficile da risolvere siamo stati accantonati su un'alta pila di scartoffie che nessuno oserà mai toccare. La questione meridionale, purtroppo, è un grave problema che ha interessato l'Italia per secoli; c'era all'epoca di Crispi, del brigantaggio, di Garibaldi e soprattutto del politico dal “doppio volto” Giolitti, il migliore a distruggere le speranze delle plebi rurali. In un territorio come il nostro le aspettative sono davvero poche e infinitamente esiguo è il numero dei ragazzi che sfiderebbe la crisi e lotterebbe per affermarsi nel proprio paese natio. La nostra Calabria profuma di vita, di calore, di mare e i suoi campi selvaggi e verdi, di speranza hanno ormai solo il colore. E' difficile sperare, infatti, in un cambiamento osservando le nostre bellissime spiagge prive di cura che il turismo un tempo popolava, ma che ormai anch'esso si avvicina all'ultimo respiro. E' altrettanto difficile immettere nei cuori dei più deboli la fiducia di un progresso se le nostre strade appaiono distrutte, le nostre città non hanno servizi e le nostre scuole presentano solo lo stretto necessario, o anche meno, per educare i nuovi alunni. Siamo cittadini del mondo secondo il famoso autore latino Seneca, ma cittadini di un mondo che ha scelto di catalogarci solo come mafiosi e ha lasciato le nostre ostriche tra le insidie del mare o del palombaro, dimenticando l'ideale professato da Verga. Noi non siamo solo mafia, anzi viviamo ogni giorno sotto la maschera velata di una società che giudica noi come la parte avvelenata di una mela, ma che in realtà è marcia in qualsiasi punto la si addenti. Siamo quei cittadini che preferiscono continuare a lottare, nonostante i colpi dell'indifferenza e siamo quel popolo ancora legato alle tradizioni e ai valori. Noi, figli del mare e del sole, dalla carnagione scura e il sorriso nel cuore abbiamo bisogno di una svolta. Basta discorsi utopistici, basta convegni relegati in piccole scuole o luoghi pubblici del proprio paese, basta manifestazioni vissute solo dai propri cittadini e oscuri agli occhi del restante popolo italiano. Dobbiamo rendere concrete le nostre idee cosicché ciò che noi abbiamo vissuto come privazione i nostri figli potranno vivere come beneficio. Perché questo si avveri, le mentalità degli italiani e soprattutto dei giovani devono rivoluzionarsi, devono prendere coscienza del problema e affrontarlo ricordando che la nostra terra non è solo la reliquia di una gloria antica e non deve essere ricordata soltanto per il suo passato. La Calabria deve poter risalire dagli abissi e ciò avverrà solo grazie a noi giovani, i figli della nuova generazione, rappresentanti il futuro e il rimedio.