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La Calabria che vorrei

Parlare, scrivere dei propri desideri, immaginare di un mondo come lo si vuole e non come è in realtà, può sembrare inutile. Inutile: come ogni spinta della fantasia che ci porti lontano da una vita grigia e inaridita dallo sconforto e dalla crisi. Eppure, come scriveva Samuel Butler, “c’è solo una cosa più vana della vanità dei desideri: l’assenza dei desideri”.

La Calabria è una terra che fa paura, da cui i giovani vogliono andare via, e per non tornare. Non è solo una fuga di cervelli quella che si sta verificando, ma è una fuga di anime. Forse siamo viziati, forse siamo solo codardi, ma la verità è che noi ragazzi non abbiamo più voglia di provare. Tra noi e i nostri nonni, che con la famigerata valigia di cartone intraprendevano esodi della speranza, esiste una distanza ormai incolmabile. La nostra emigrazione è un’emigrazione nuova, un’emigrazione non per il pane ma per il lusso, perché qualsiasi posto è meglio di quello in cui ci troviamo. La differenza maggiore sta nel fatto che non ce ne andiamo con la speranza di guadagnare quel poco con cui poi costruire il nostro futuro a casa: noi scappiamo, col desiderio di costruire la nostra casa altrove. La globalizzazione ci permette di fuggire, e tornare ci sembra una fatica inutile. Perché dovremmo? Qui le strutture non funzionano, i trasporti sono inesistenti, la spazzatura riempie le strade e le menti. Perché dovrebbe essere un problema nostro, quando abbiamo la possibilità di lasciarlo a chi verrà? Se ci sarà qualcuno a venire dopo di noi. Eppure costruire qualcosa nella terra che ci ha visto nascere, nella terra in cui affondano le nostre radici, è una prospettiva in fondo allettante. La sfida è ardua: la Calabria è una terra in cui il pregiudizio è radicato più dell’amore per il cibo, e di gran lunga più dell’amore per la giustizia. Non basta sperare che essa cambi. Non basta neppure che siamo noi a cambiare. Sono necessarie idee nuove, e persone nuove a metterle in atto – senza scuse, senza tirarsi indietro, anche se è difficile e siamo tentati di gettare la spugna. Desiderare che le strutture marce che sorreggano questa regione crollino all’improvviso, e che al loro posto ne sorgano altre, più sane e giuste, non farà in modo che ciò accada. Ma smettere di sognare equivale a smettere di combattere; equivale ad arrendersi.

Il sogno tuttavia, per quanto dolce esso sia, non è la realtà.

La Calabria che vorrei è una Calabria senza mafia, una Calabria che non sia sulla bocca del Paese solo quando si tratta di truffe e raggiri, di estorsioni e morti ammazzati. Vorrei una Calabria che non riempia i telegiornali nazionali con la corruzione dei politici che dovrebbero rappresentarla; vorrei una Calabria in cui la politica non tappa la bocca al giornalismo, alla verità. Vorrei una Calabria libera e coraggiosa.

La Calabria che vorrei è una Calabria di cui non debba vergognarmi.

C’è dell’ironia nel fatto che questa Calabria esiste già, ma sta sullo sfondo, all’ombra dei colossi di delinquenza e ignoranza che la sfruttano fino a lasciarla esausta e sanguinante. Quest’altra Calabria è la Calabria degli scavi di Sibari, dei Bronzi di Riace, dei limoni di Rocca Imperiale e del tartufo di Pizzo; è la Calabria delle eccellenze. Ma è anche la Calabria di Scalea, la Calabria martoriata dalla mafia, che si rialza più forte di prima.

La verità è che non c’è una Calabria che vorrei: c’è una Calabria che esiste, che è viva, che vorrei fosse l’unica Calabria.